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Quando Nino è arrivato nel mio studio, una domenica sera di qualche mese fa, ho capito subito che stava vivendo una situazione difficile. Non che per comprenderlo ci fosse bisogno di avere particolari doti divinatorie, intendiamoci: lui si poggiava su un paio di stampelle, diventate nella settimana precedente le sue compagne di viaggio. Aveva un passo lento e incerto, un’aria tra il sofferente e il rassegnato. Dopo quarant’anni trascorsi in laboratorio – è un chimico – Nino ha passato l’ultima fase della sua carriera incollato a una scrivania, facendo un lavoro prettamente sedentario. Il tempo e la postura scorretta, incurvata, insieme a un carico biomeccanico non bilanciato, hanno influito negativamente sulla distribuzione delle forze lungo la sua colonna vertebrale, causando uno stress significativo sulla zona lombare.

Nino ha una lombosciatalgia che coinvolge la lombare (la parte bassa della schiena) e si estende lungo il nervo sciatico, irradiandosi attraverso il gluteo e lungo la gamba. Questa sindrome, che può rivelarsi assai dolorosa, generalmente è causata dalla compressione o irritazione del nervo sciatico, spesso dovuta a un’ernia del disco, a stenosi spinale o a una degenerazione dei dischi intervertebrali. Questi problemi compromettono la biomeccanica dell’intera colonna, limitando la capacità del corpo di assorbire e distribuire in modo corretto i carichi statici e dinamici, aggravando il dolore e la rigidità. “Provo così tanto dolore che mi butterei dalla finestra…” mi ha detto sconsolato stringendo le stampelle prima di metterle da parte, e io ho pensato che, almeno, non aveva perso il senso dell’umorismo.

Non era la prima volta che ascoltavo certe paradossali considerazioni esistenziali fatte da pazienti che si trovano a dover fare i conti con sintomi debilitanti. Dopotutto, due anni prima, Nino aveva già affrontato il suo primo episodio di lombosciatalgia acuta: un’esperienza che lo aveva portato nello studio di un neurochirurgo, sotto l’occhio vigile di una risonanza magnetica. Ne era uscito con una serie di trattamenti e una lista di medicinali, che per un certo periodo di tempo gli avevano dato un po’ di sollievo, senza risolvere il problema. Poi, come spesso accade, il dolore è tornato. E questa volta si è presentato con una forza ancora maggiore, costringendolo a letto. Così, una sera Nino è stato costretto a raggiungere il pronto soccorso di un ospedale romano, dove, ancora una volta, grazie a un’iniezione di Bentelan e Muscoril, ha calmato temporaneamente la sua condizione dolorosa.

All’uscita dal pronto soccorso, ha incontrato una dottoressa che conosco e lei gli ha suggerito di contattarmi. Mi ha chiamato ed eccolo qui, davanti a me, alla ricerca di un’ancora di salvezza. La prima cosa che ho fatto è stata ascoltare. No, non il suo racconto — quello è venuto dopo. Ho ascoltato il suo corpo. Rigido, come una porta che non vuole saperne di aprirsi. Era bloccato: la mancanza di mobilità nella colonna vertebrale e nella regione pelvica aveva alterato il corretto funzionamento di tutto il sistema muscolo-scheletrico, impedendo ai muscoli di assolvere alla loro funzione di stabilizzazione e sostegno. Ogni movimento che faceva per lui era una sofferenza, ogni volta che si piegava gli sfuggiva un lamento. Il problema non era solo la schiena, ovviamente. Era l’intero sistema che aveva ceduto sotto il peso degli anni e di una postura pessima, con un carico eccessivo che gravava su una struttura compromessa.

L’ho visitato e mi sono reso conto che la soluzione non sarebbe stata né rapida né indolore. Abbiamo iniziato con una serie di trattamenti manuali, fluidi e precisi, cercando di rimettere in moto ciò che si era bloccato. L’obiettivo era ripristinare una corretta dinamica della colonna vertebrale, migliorando la mobilità dell’articolazione sacroiliaca e lombare, in modo da alleviare la compressione sul nervo sciatico. Non è stato semplice, ma Nino, stringendo i denti e andando avanti, si è rivelato un paziente dotato di grande forza di volontà. Sono serviti una decina di trattamenti per liberarlo dal dolore più acuto.

Ma non è stato sufficiente. Sapevo che, per evitare che la lombosciatalgia si ripresentasse come un ospite indesiderato, sarebbe servito un piano d’azione più articolato. Così abbiamo integrato al trattamento osteopatico e fisioterapico anche l’ozonoterapia e la laserterapia, per ridurre il livello dell’infiammazione. In più, tanta ginnastica posturale. Mi piace pensare che Nino, da uomo metodico, abbia seguito con precisione quasi scientifica ogni esercizio che gli ho assegnato. “Non voglio tornare a quel dolore,” mi ripeteva con espressione seria. Gli esercizi posturali hanno come obiettivo di allungare la schiena e distendere i muscoli contratti, ripristinando una corretta distribuzione dei carichi e prevenendo così ulteriori sovraccarichi.

Ogni giorno Nino dedica una parte del suo tempo a questi esercizi quasi rituali, fondamentali per consolidare i risultati raggiunti con il trattamento. Ho continuato ad ascoltarlo attentamente ogni volta che tornava nel mio studio, una cosa che faccio ogni volta che ho di fronte un paziente: mettermi nei suoi panni, empatizzando. Quando lo vedo sorridere, mi rendo conto che non è solo il sollievo dal dolore a farlo sentire meglio, ma il fatto che qualcuno si relazioni con lui come una persona umana, e non come un caso clinico. Oggi Nino ha una espressione più serena, il suo volto è segnato ma disteso. Cammina di nuovo senza stampelle, e ogni volta che lo vedo per un controllo, quel sorriso di gratitudine mi ricorda che, tra tutte le esperienze che faccio durante il mio lavoro, quella emotiva è forse la più importante.

Una brutta lombosciatalgia
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