Cervicale bloccata? Qualche scrocchio al mercato

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Cervicale bloccata? Qualche scrocchio al mercato

Ogni tanto, mi viene voglia di cambiare aria e portare il mio lavoro fuori, in mezzo alla vita vera, quella che scorre senza appuntamenti e senza lettini regolabili. È andata così anche questa volta. Mi sono svegliato con un’idea semplice: oggi si lavora… ma in trasferta. Ci sarà qualche cervicale bloccata in firo no? Certo che si, e sono andata a cercarla. E non  in un posto qualunque.

Ho preso il necessario, ho caricato il “minimo indispensabile” (che poi non è mai davvero minimo) e sono andato al mercato Trieste, qui a Roma. Un posto pieno di voci, di movimento, di odori che si mescolano. Gente che va di fretta, gente che si ferma a chiacchierare, chi lavora, chi passeggia.

Insomma, il contesto perfetto per osservare il corpo umano nella sua versione più autentica. Ho montato il mio piccolo “studio a cielo aperto” con un entusiasmo che, lo ammetto, era anche un po’ ingenuo. Nella mia testa era tutto molto chiaro: mi piazzo lì, qualcuno passa, sente dolore (chi non soffre a causa di una cervicale bloccata, infiamma o troppo tesa), si ferma… e io intervengo. Semplice, no? No. Perché per i primi minuti — che poi sono diventati mezz’ora — nessuno aveva niente. Zero. Silenzio clinico.

Una situazione quasi sospetta. Possibile che in tutto il mercato non ci fosse una cervicale bloccata? Una schiena rigida? Un’anca che chiedeva aiuto? Niente. Tutti perfettamente funzionanti. O almeno così sembrava. E lì ho capito che dovevo cambiare approccio.

Ho iniziato a parlare con le persone. Senza fretta, senza “vendere” nulla. Solo chiacchiere. Quelle vere, da mercato. “Come va?”, “Tanto lavoro oggi?”, “Quante ore in piedi?” E pian piano, come succede spesso, qualcosa ha iniziato a emergere. “Beh, in realtà un po’ di fastidio al collo ce l’ho…” “Ogni tanto la schiena mi tira…” “L’anca, sì… ma niente di che…” Ecco.

Il “niente di che” è sempre un grande classico. Nel giro di poco, il mio studio improvvisato ha iniziato a prendere vita. Le persone si fermavano, osservavano, qualcuno si incuriosiva, qualcun altro si faceva avanti con quel misto di curiosità e diffidenza. Il primo “coraggioso” si è seduto. Collo rigido, spalle alte, classica postura da giornate lunghe e poco movimento consapevole. Ho iniziato a lavorare con calma, cercando di metterlo a suo agio nonostante il contesto tutt’altro che silenzioso. E poi… il primo “scrocchio”.

Quel suono inconfondibile che, inutile girarci intorno, attira sempre l’attenzione. Nel giro di pochi secondi avevo già più occhi addosso di quanti ne avessi prima. Da lì è stato un crescendo. Uno dopo l’altro, hanno iniziato a sedersi. Schiene che si lamentavano sottovoce, spalle “incastrate”, colli rigidi da ore e ore passate nella stessa posizione.

Tutte cose che, nella routine quotidiana, vengono ignorate. Ma basta poco per farle venire fuori. Ogni persona portava una storia diversa, anche se il linguaggio del corpo era sorprendentemente simile. Tensione, compensi, piccoli adattamenti che nel tempo diventano abitudini. Io facevo quello che faccio sempre: osservavo, ascoltavo e poi intervenivo.

A volte con tecniche più dolci, altre con manipolazioni più dirette. E sì, ogni tanto arrivava anche lo “scrocchio” giusto al momento giusto. La cosa che mi ha colpito di più, però, non è stata tanto la risposta fisica — quella, in fondo, me la aspettavo — ma quella emotiva.

Le persone si rilassavano. In mezzo al caos del mercato, tra una bancarella e l’altra, si prendevano qualche minuto per fermarsi davvero. Per ascoltare il proprio corpo. Per sentirlo cambiare, anche solo un po’. E poi è successo anche qualcosa che non avevo previsto.

Un nuovo “paziente” si è avvicinato. A quattro zampe. Si è infilato lì, curioso, tranquillo, come se sapesse esattamente cosa stava succedendo. Si guardava intorno, osservava i movimenti, e per un attimo è diventato parte della scena. Nessun trattamento per lui — almeno non ufficialmente — ma sicuramente il più rilassato di tutti.

A fine mattinata mi sono fermato un attimo. Mi sono guardato intorno e ho pensato che, forse, ogni tanto uscire dallo studio è necessario. Non solo per cambiare aria, ma per ricordarsi perché faccio questo lavoro. Perché il dolore non vive nei luoghi “perfetti”.

Vive nelle giornate normali, tra una commissione e l’altra, tra ore in piedi e movimenti ripetuti. E spesso basta poco per iniziare a stare meglio. Non serve sempre un lettino, non serve sempre il silenzio. A volte basta fermarsi, anche in mezzo a un mercato, e dare al corpo un po’ di attenzione. Il resto, lui, sa farlo benissimo.

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