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25 Marzo 2026La domenica, per me, ha sempre avuto un significato particolare. È quel giorno in cui il ritmo rallenta, in cui anche il corpo — almeno in teoria — dovrebbe avere la possibilità di recuperare. Almeno in teoria!
Perché poi arriva la telefonata di Mirco bloccato dalla sciatica.
Mirco ha 47 anni e fa un lavoro fisicamente impegnativo: ripara carrelli elevatori. È uno di quelli abituati a usare il corpo senza troppi compromessi. Sollevare, spingere, piegarsi… gesti ripetuti ogni giorno, spesso senza pensarci troppo. Quando mi ha chiamato, la sua voce aveva un tono meno squillante del solito. Mi ha detto solo: “Mi sono bloccato per la sciatica”. E in quel momento ho capito che quella domenica non sarebbe stata esattamente una giornata di riposo!
La storia, in realtà, era iniziata molto prima. Mirco conviveva già da settimane con un mal di schiena persistente. Non era una novità per lui: sapeva di avere delle ernie del disco, ma come spesso succede aveva deciso di ignorare il problema. Un po’ per abitudine, un po’ perché “tanto passa”. È una frase che sento dire spesso.
Il problema è che il corpo, a un certo punto, smette di essere d’accordo. Il “gran finale”, come lo ha definito lui, è arrivato un paio di giorni prima della nostra seduta. Stava sollevando un peso al lavoro quando ha sentito qualcosa di netto, quasi uno strappo. Un dolore che non è rimasto localizzato nella zona lombare, ma che ha iniziato a scendere lungo la gamba, fino al polpaccio. Praticamente una sciatica.
Infatti, quando il dolore segue quel percorso, il sospetto è quasi sempre lo stesso: il nervo sciatico che si sveglia. Quando è arrivato in studio, il quadro era piuttosto chiaro. Camminava lentamente, con il busto leggermente piegato in avanti, come se cercasse una posizione di difesa. Ogni movimento era misurato. Anche sedersi era un’operazione complessa.
In questi casi il corpo entra in una sorta di modalità “protezione”. I muscoli si irrigidiscono per limitare il movimento e cercare di evitare ulteriore dolore. Ma questa strategia, nel lungo periodo, finisce per peggiorare la situazione.
Durante la valutazione ho trovato una zona lombare molto contratta, con una mobilità ridotta. Le ernie, già presenti, avevano probabilmente contribuito a creare una condizione di vulnerabilità, e lo sforzo improvviso aveva fatto il resto.
Ma c’era un altro elemento importante. L’ileo-psoas. È un muscolo di cui si parla poco, ma che ha un ruolo fondamentale. Collega la colonna lombare alle gambe ed è coinvolto in moltissimi movimenti quotidiani. Quando è rigido o in tensione, può letteralmente “tirare” la zona lombare, aumentando la compressione e la sensazione di blocco.
Nel caso di Mirco era decisamente coinvolto. La seduta non è stata solo un lavoro passivo, come molti si aspettano. Non mi sono limitato a trattare la zona dolente, ma ho iniziato a coinvolgerlo attivamente. Gli ho fatto eseguire una serie di esercizi mirati, semplici ma fondamentali, per iniziare a riequilibrare la colonna e distribuire meglio i carichi. L’obiettivo era ridurre quella concentrazione di tensione sulla fascia lombare che, nel tempo, aveva portato al sovraccarico.
All’inizio era rigido, quasi diffidente nei movimenti. È normale: quando il dolore è acuto, il corpo tende a evitare qualsiasi gesto che possa riattivarlo. Ma, poco alla volta, qualcosa ha iniziato a cambiare. Il movimento, quando è guidato e corretto, diventa uno strumento potentissimo. I muscoli iniziano a “mollare” leggermente, la respirazione si fa più libera, e anche la percezione del dolore cambia.
Non scompare magicamente, ma perde quella componente di allarme costante. A fine seduta Mirco era ancora dolorante, certo. Non esistono miracoli immediati in situazioni del genere. Però riusciva a stare un po’ più dritto, a muoversi con meno paura. Ed è già un passo importante. Ma la vera sfida, come spesso accade, non è stata quella domenica in studio.
La vera sfida è iniziata dopo. Gli ho spiegato chiaramente che il lavoro non finiva lì. Che quegli esercizi dovevano diventare parte della sua quotidianità. Che il suo corpo aveva bisogno di continuità, non di interventi occasionali. Mi ha annuito. E lì, inevitabilmente, mi è venuto da sorridere.
Perché diciamolo: in quanti, davvero, fanno gli esercizi a casa con costanza? È il punto più delicato di tutto il percorso. Senza quella parte, il rischio è di tornare sempre al punto di partenza. Il nervo sciatico si calma, poi si riaccende. Il dolore va e viene. E, prima o poi, ci si ritrova di nuovo in studio. Magari ancora di domenica.
Non è una questione di sfortuna. È una questione di abitudine, di ascolto, di responsabilità verso il proprio corpo. Mirco, come tanti altri, è arrivato quando il dolore era già diventato difficile da gestire. Ma i segnali c’erano da tempo. Il corpo raramente “esplode” all’improvviso. Di solito avvisa. Solo che spesso non lo ascoltiamo.
Se c’è una cosa che cerco di trasmettere ogni giorno è proprio questa: il dolore non è il nemico. È un messaggio. E più aspettiamo a leggerlo, più quel messaggio diventa forte. A volte fino a costringerci a fermarci, anche quando non vorremmo. Anche di domenica.





