Operare il piede piatto è sempre la soluzione?

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Operare il piede piatto è sempre la soluzione?

Una mattina ricevo un messaggio da una madre. Uno di quei messaggi brevi, apparentemente semplici, ma che quando li leggi capisci subito che dietro c’è molto di più di una semplice domanda. Mi scrive: “Ciao Max. Ho un paio di domande da farti. Mia figlia di 23 anni un anno fa è stata operata al piede piatto con inserimento di due chiodi e un intervento sul tendine. Dopo un anno lamenta ancora dolore al piede nonostante abbia fatto fisioterapia. Secondo te è possibile? Tieni presente che usa ancora i plantari. Adesso si rifiuta di operare anche l’altro piede. Tu cosa ne pensi?”

Quando si leggono parole così bisogna imparare a cogliere anche ciò che non viene detto apertamente. Dietro quel messaggio non c’era soltanto il dolore di una ragazza che continuava a sentire male al piede. C’era soprattutto la sofferenza di una madre.

Perché quando un genitore accompagna un figlio verso una scelta medica importante, come un intervento chirurgico, lo fa sempre con l’idea di aiutarlo, di migliorare la sua vita. Ma se dopo quell’intervento qualcosa non va come ci si aspettava, dentro nasce un sentimento molto difficile da sopportare: il dubbio di aver sbagliato.

Quella madre aveva paura di questo. Aveva paura di aver fatto operare la figlia inutilmente. Aveva paura che il dolore potesse accompagnarla per sempre. Aveva paura che quella ragazza di ventitré anni non potesse più vivere una vita normale. Camminare senza dolore, fare sport., muoversi liberamente; sono paure molto più comuni di quanto si pensi.

Quando poi ho visto la ragazza, la prima cosa che ho cercato di spiegare è stata una cosa semplice ma fondamentale: il piede non lavora mai da solo. Quando si parla di piede piatto spesso si guarda soltanto la forma del piede, come se fosse un problema isolato. In realtà il piede è l’ultimo punto di una catena biomeccanica molto più grande che parte dall’alto del corpo.

La testa, la colonna vertebrale, il bacino, le anche, le ginocchia: tutte queste strutture generano e trasmettono delle forze che scendono verso il basso. Il piede è la struttura che riceve queste forze e deve adattarsi ad esse. Per questo motivo molte volte il piede piatto non è semplicemente un difetto della struttura del piede. È spesso una risposta adattativa del corpo al modo in cui i carichi arrivano dall’alto.

Quando però questa struttura viene modificata chirurgicamente — inserendo viti, chiodi o cambiando la geometria del piede — succede qualcosa di molto importante. Il piede cambia. Ma tutto il resto del corpo rimane esattamente uguale. Per ventitré anni quel piede aveva funzionato in un certo modo per gestire le forze che arrivavano dall’alto. Dopo l’intervento quella capacità di adattamento cambia improvvisamente.

Il corpo però continua a inviare le stesse forze di prima. Si crea quindi una sorta di paradosso biomeccanico. Il piede non può più comportarsi come faceva prima, ma il resto del sistema continua a chiedergli di farlo. Ed è proprio in queste situazioni che spesso nasce il dolore.

Quando ho valutato la ragazza non ho guardato solo il piede operato. Ho osservato come si muoveva tutto il corpo: come lavoravano le anche, come si muovevano le ginocchia, come distribuiva il carico quando camminava.
Come il piede collaborava con il resto della catena. Il piede operato era diventato una struttura più rigida e meno capace di adattarsi. Il corpo però continuava a funzionare con gli stessi schemi biomeccanici di prima.

Il sistema, semplicemente, non era più in equilibrio. In questi casi la soluzione non è quasi mai fare di più sul piede. La soluzione è aiutare tutto il sistema a riorganizzarsi. Abbiamo iniziato quindi un percorso progressivo di riequilibrio.

Un lavoro manuale iniziale per recuperare mobilità e libertà nei segmenti che erano diventati rigidi. Poi un lavoro sempre più attivo sul corpo: rinforzo muscolare, controllo del movimento, stabilità dell’anca, gestione del carico sul ginocchio, rieducazione della funzione del piede all’interno della catena.

Non era un lavoro sul piede piatto, era un lavoro sul sistema. Col tempo il corpo ha iniziato a trovare un nuovo equilibrio con quella nuova struttura del piede. E quando questo succede spesso accade qualcosa di molto semplice e allo stesso tempo straordinario: il dolore non serve più.

La ragazza ha iniziato a camminare meglio. Poi a muoversi senza paura. Poi a tornare in palestra. E un giorno è arrivata la frase che ogni terapeuta ama sentire. “Non mi fa più male.” Ma il cambiamento più grande non è stato solo nel piede della ragazza, è stato nella madre. Quando mi ha scritto di nuovo il tono era completamente diverso. Non c’era più paura. Non c’era più senso di colpa. C’era solo sollievo.

E una decisione chiara: la figlia non avrebbe operato anche l’altro piede piatto. Perché avevano capito qualcosa di molto importante. Nel corpo umano il dolore raramente dipende da una sola struttura.
Molto spesso il punto che fa male è semplicemente l’ultimo anello di una catena più complessa.

Quando si riesce a rimettere in equilibrio quella catena, il corpo trova spesso soluzioni che sembravano impossibili. E una ragazza di ventitré anni può tornare a fare esattamente quello che dovrebbe fare a quell’età: vivere la sua vita.

Operare il piede piatto è sempre la soluzione?
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