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Quando si pensa a uno sportivo così forte, si immagina spesso un corpo perfetto, capace di sopportare qualsiasi carico. In realtà, chi pratica sport di alto livello convive spesso con piccoli e grandi problemi fisici. E Marciano non fa eccezione. Il motivo principale che ci ha portato a lavorare insieme è una fastidiosa brachialgia che interessa la spalla destra e che, nel tempo, ha iniziato a condizionare alcuni movimenti durante gli allenamenti.
Per chi non conoscesse il powerlifting, si tratta di una disciplina che ruota attorno a tre esercizi fondamentali: squat, panca piana e stacco da terra. Qui non conta l’estetica, come nel bodybuilding. Conta la forza pura. Vince chi riesce a sollevare il peso totale più elevato.
Osservare Marciano mentre si allena è impressionante. Eppure, anche in un atleta di questo livello, il corpo manda segnali molto precisi. La sua brachialgia non è comparsa all’improvviso. Come spesso accade, è il risultato di una serie di compensi e tensioni accumulati nel tempo.
Durante l’allenamento ho notato diversi aspetti interessanti. Ogni volta che scende nello squat, il ginocchio destro produce un sonoro “crack” accompagnato da un leggero dolore. Inoltre, la sua anca destra presenta una rigidità importante che influenza non solo il movimento dell’arto inferiore, ma anche la biomeccanica del bacino e della colonna.
Quando si parla di brachialgia, infatti, il problema raramente nasce esclusivamente dalla spalla o dal braccio. Molto spesso è necessario osservare il corpo nel suo insieme. Nel caso di Marciano, la brachialgia era strettamente collegata a tensioni presenti nel tratto dorsale, una zona fondamentale per garantire una corretta distribuzione delle forze durante gli esercizi di potenza.
Mentre parlavamo, anche Marco, un altro atleta che si allena con lui, mi raccontava dei suoi fastidi al ginocchio e di un dolore ricorrente alla spalla sinistra. Situazioni diverse, certo, ma accomunate dallo stesso principio: quando il corpo perde mobilità in una zona, prima o poi qualcun altro paga il conto.
Per questo motivo il lavoro sulla mobilità rappresenta una parte essenziale della prevenzione. Stretching mirato, recupero dell’elasticità dei tessuti e miglioramento del controllo motorio sono strumenti preziosi non solo per migliorare la performance, ma anche per evitare che problematiche come la brachialgia diventino croniche.
Con Marciano abbiamo iniziato una seduta mirata per ridurre le tensioni che alimentavano la sua brachialgia. Ho lavorato sul tratto dorsale, sulle articolazioni coinvolte nei movimenti di spinta e trazione e sulle compensazioni che il corpo aveva sviluppato nel tempo.
Naturalmente non sono mancati gli immancabili “scrocchi”, che in palestra attirano sempre l’attenzione di chi si allena nelle vicinanze. Dietro ogni manipolazione, però, c’è un obiettivo preciso: restituire movimento, migliorare la funzionalità articolare e ridurre il carico che alimenta la brachialgia.
Man mano che il trattamento procedeva, la mobilità migliorava e la sensazione di tensione diminuiva. È proprio in questi momenti che si comprende come la brachialgia non sia soltanto un dolore da spegnere, ma un segnale da interpretare.
Negli sport di forza gli infortuni più frequenti sono ernie, protrusioni lombari, dolori a ginocchia e gomiti, oltre alla temuta epicondilite. Anche la brachialgia rientra tra quelle problematiche che meritano attenzione, perché se trascurata può influenzare la qualità dell’allenamento e la capacità di esprimere forza.
Alla fine della seduta Marciano si muoveva con maggiore libertà e con una percezione diversa del proprio corpo. Il lavoro, naturalmente, non finisce qui. Una brachialgia consolidata richiede continuità, monitoraggio e un percorso costruito nel tempo.
Prima di salutarci gli ho dato appuntamento in studio. Perché il vero obiettivo non è soltanto eliminare la brachialgia, ma correggere gli squilibri che l’hanno generata e permettergli di continuare a fare ciò che ama: sollevare pesi, migliorarsi e spingere sempre più in alto i propri limiti.





