Cervicale bloccata? Ci vediamo sul fiume Tevere

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Cervicale bloccata? Ci vediamo sul fiume Tevere

Ci sono giorni in cui lo studio lo lascio volentieri vuoto. Non per staccare, ma per portare il mio lavoro fuori, dove il movimento è reale, spontaneo, meno “controllato”. È successo così anche con i ragazzi di Impacto Training. Mi hanno invitato a raggiungerli durante uno dei loro allenamenti sul Tevere, e ho accettato senza pensarci troppo.

Sole, aria aperta, energia ovunque. Il contesto perfetto per vedere il corpo all’opera. E, come spesso succede, anche il contesto perfetto per far emergere qualche problema. Perché tra un esercizio e l’altro, tra una ripetizione e una pausa, iniziano a venire fuori le solite storie. “Ho il collo rigido”, “la schiena tira”, “qui sotto sento sempre fastidio”.

E indovina un po’? La protagonista della giornata è stata lei: la cervicale bloccata. Più di una persona si è avvicinata con quella classica espressione di chi convive con una cervicale bloccata da un po’. Non un dolore devastante, ma una presenza costante. Quella sensazione di non riuscire a girare bene la testa, di avere il collo sempre un po’ “incastrato”.

La cervicale bloccata è uno di quei disturbi che non fanno troppo rumore, ma si infilano ovunque. Ti accorgi quando parcheggi, quando ti giri a parlare con qualcuno, quando ti svegli la mattina. E spesso arriva accompagnata da mal di testa o da una sensazione generale di tensione. La cosa interessante è che non riguarda solo chi si allena.

Anzi, spesso vedo più cervicale bloccata in chi passa ore seduto, davanti a un computer, con la testa proiettata in avanti. Ma anche chi si allena, se non bilancia bene carichi e recupero, può finire nello stesso punto. Quel giorno ho trattato diverse cervicali bloccate. Ognuna con una storia diversa, ma con un linguaggio simile.

Tensione, rigidità, poca mobilità. Ho iniziato come faccio sempre: osservando. Come si muovevano, come respiravano, come il corpo si organizzava intorno al problema. Perché la cervicale bloccata raramente è solo “collo”. Spesso è il risultato di qualcosa che arriva da più lontano. Ho lavorato su alcune zone chiave, cercando di ridare mobilità dove si era persa.

Alcuni avevano anche una rigidità dorsale importante. E lì il discorso cambia ancora. Perché una schiena rigida limita anche il respiro, e quando respiri male, tutto il sistema va in difficoltà. Poi c’era il grande classico: il dolore lombare. Quello che arriva magari dopo un allenamento un po’ più intenso, o dopo un movimento fatto senza attenzione.

Anche lì, stesso approccio: non guardare solo il punto del dolore, ma tutto il contesto. Dopo qualche trattamento — e sì, anche qualche “scrocchio” ben assestato — ho iniziato a vedere i primi cambiamenti. Le persone si muovevano meglio, con più libertà. La cervicale bloccata iniziava a “mollare”, a lasciare spazio a un movimento più naturale. Ma la parte più importante non è stata quella. Il vero lavoro è iniziato dopo.

Mi sono fermato con loro e abbiamo fatto una serie di esercizi posturali. Niente di complicato, niente di impossibile. Movimenti semplici, ma fatti bene. E soprattutto replicabili nella vita di tutti i giorni. Perché puoi anche trattare una cervicale bloccata nel modo migliore possibile, ma se poi torni alle stesse abitudini, il risultato dura poco.

Gli esercizi servono proprio a questo: mantenere, consolidare, prevenire. Ho visto un cambio di atteggiamento. Da “ho male al collo” a “ok, posso farci qualcosa”. Ed è un passaggio fondamentale. Perché la cervicale bloccata non è una condanna. È un segnale. E quando inizi a leggerlo nel modo giusto, cambia tutto.

Alla fine dell’allenamento, tra una battuta e l’altra, qualcuno si muoveva già in modo diverso. Più sciolto, più leggero. Non perfetto, ma meglio. E spesso è tutto quello che serve per iniziare. Quello che mi porto a casa da giornate così è sempre la stessa cosa: il corpo funziona meglio quando lo ascoltiamo prima che si blocchi del tutto. La cervicale bloccata non arriva all’improvviso. Si costruisce.

E allo stesso modo si può “smontare”, un passo alla volta. Anche fuori da uno studio, anche in riva al Tevere, anche tra un allenamento e l’altro. Basta sapere dove mettere le mani. E, soprattutto, da dove iniziare.

Anche tu hai bisogno di una mano? Posso aiutarti.

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