
Cervicale bloccata? Ci vediamo sul fiume Tevere
6 Maggio 2026
Un dolore al ginocchio che non passa più
13 Maggio 2026Io pratico arrampicata da anni, non perché sia coraggioso, anzi; se devo essere onesto ho iniziato proprio perché soffro un po’ di vertigini, ottima scelta direte voi. E che vi devo dire, con gli anni ho capito che le paure bisogna affrontarle.
Detto questo, ogni volta che salgo in parete succede sempre la stessa cosa: nell’arrampicata imparo qualcosa sul mio corpo e di riflesso penso, ragiono e mi interrogo sui corpi dei pazienti che incontro quotidianamente nel mio studio. Ma proprio mentre fai arrampicata ci devi pensare – direte voi; beh, mi aiuta nella concentrazione, mi porta spunti e idee, non devo mica scrivere una tesi di laurea.
Per questo ho deciso che ogni tanto userò l’arrampicata per raccontare l’osteopatia, senza paroloni, senza l’ardire di voler impartire lezioni, partendo da cose semplici. Una presa, un piede, il respiro, e quel momento in cui il corpo non sa ancora come distribuire il suo peso e si attacca come una sanguisuga alla roccia.
L’arrampicata di per sé è semplice, si parte come sempre con le braccia; ci si tira su sollevandosi, si cerca di salire sfruttando ogni più piccola presa o spigolo nella roccia, più o meno all’inizio funziona sempre così.
Poi arriva la fatica; le braccia iniziano a bruciare, il respiro si accorcia, i movimenti si irrigidiscono e si continua a tirare, ma questo è il classico errore che si commette; bisogna imparare a fermarsi, riprendere fiato, schiarirsi le idee – in parete come nella vita.
Allora succede una cosa interessante: si capisce che non è la parete ad avere qualcosa che non va, siamo noi il problema, e spesso lo capiamo troppo tardi per poi lamentarcene.
Quando fermi e capisci che non sei Superman, di solito abbassi lo sguardo, ti guardi i piedi, trovi un appoggio piccolo, minimo, di quelli che a vederli da sotto sembrano inutili; lo provi, tiene, sposti il peso e la percezione del corpo cambia.
Le braccia si alleggeriscono, il respiro torna regolare, i movimenti diventano più naturali; siamo sempre a un bel po’ di metri da terra nell’arrampicata, si riprende a salire questa volta senza tirare. Ed è lì che almeno io una cosa l’ho capita: non è una questione di forza, è una questione di appoggi.
Dove voglio arrivare, cosa c’entra con la mia esperienza di osteopata?
Molti dei dolori fisici che proviamo funzionano allo stesso modo: non nascono perché qualcosa dentro di noi si è indebolito, nascono perché qualcosa dentro di noi lavora troppo. Una parte che si prende tutto il carico, compensa, tiene, resiste finché non ce la fa più, e allora si irrigidisce difendendosi, e fa male, e arriva il dolore.
In arrampicata tutta questa sequenza la capisci subito: se nell’arrampicata chiedi tutto alle braccia ti fermi, stop; se invece trovi l’appoggio giusto il corpo si riorganizza da solo e vai avanti. Sul lettino nel mio studio accade qualcosa del genere. Il punto che fa male non è sempre il problema, a volte quel punto è solo quello che sta facendo il lavoro degli altri.
Allora serve distribuire meglio il peso, il movimento, la tensione, anche nell’arrampicata mentale che facciamo ogni giorno, e già che ci siamo anche un po’ le nostre aspettative. Il corpo non ha bisogno di essere forzato a fare qualcosa, ha bisogno di tornare a funzionare.
E quando succede non serve più tirare; basta fare una cosa molto più difficile: appoggiare bene il piede giusto. E magari avere accanto qualcuno che ti dica come farlo, anche quando fai arrampicata; sempre meglio farlo in due.





