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Cervicale bloccata? Ci vediamo sul fiume Tevere
6 Maggio 2026Con Massimiliano Rosolino non è stata una di quelle prime visite “formali”, con tutte le presentazioni del caso. Ci conoscevamo già, quindi quando è entrato in studio l’atmosfera era quella giusta: diretta, senza troppi giri di parole. Solo che questa volta non era una chiacchierata tra conoscenti.
Questa volta c’era da lavorare. Massimiliano Rosolino è uno di quelli che, anche quando smette di fare l’atleta professionista, in realtà non smette mai davvero. Si allena ancora, e anche parecchio. Nuoto, crossfit, movimento continuo. Il corpo resta abituato a certi ritmi, e in qualche modo li cerca. Il punto è che, col tempo, quei ritmi iniziano a lasciare tracce diverse.
Quando Massimiliano Rosolino si è sdraiato sul lettino, non c’era un dolore acuto, di quelli che ti bloccano all’improvviso. C’era qualcosa di più sottile, ma altrettanto limitante: rigidità. Quella sensazione di corpo forte, sì, ma meno fluido. Meno libero.
Mi ha raccontato che durante il nuoto sentiva la zona cervicale irrigidirsi. Non un dolore netto, ma una tensione costante, come se il collo non riuscisse mai davvero a “staccare”. E poi l’anca destra, con una mobilità ridotta. Piccole limitazioni che, prese singolarmente, sembrano gestibili. Ma messe insieme iniziano a cambiare il modo in cui ti muovi.
E Massimiliano Rosolino, di movimento, ne capisce parecchio. La cosa interessante, con lui, è che il corpo racconta una storia molto chiara. Anni di allenamenti, gesti ripetuti migliaia di volte, adattamenti continui. Il corpo diventa efficiente, sì, ma anche selettivo. Alcuni muscoli lavorano tantissimo, altri un po’ meno. Alcune articolazioni diventano stabili, forse troppo. Ed è lì che nasce la rigidità.
Nel caso di Massimiliano Rosolino, la memoria muscolare era evidente. Il corpo “sapeva” cosa fare, ma lo faceva sempre nello stesso modo. E quando un movimento perde variabilità, prima o poi perde anche qualità. Abbiamo iniziato il lavoro partendo da una valutazione globale. Non aveva senso concentrarsi solo sulla cervicale o solo sull’anca.
Il problema non era localizzato, era distribuito. Ho iniziato a lavorare sulla mobilità della colonna, cercando di restituire un po’ di elasticità alla zona cervicale. In acqua, il collo è continuamente coinvolto, soprattutto se c’è una respirazione sempre dallo stesso lato. Col tempo, quella ripetizione crea tensione. E il corpo, ancora una volta, si adatta.
Ma adattarsi non significa sempre migliorare. Massimiliano Rosolino ha percepito subito la differenza. Non tanto durante le tecniche in sé, ma nei momenti subito dopo. Quando il movimento torna più leggero, meno trattenuto. Poi siamo passati all’anca destra. Anche lì, il lavoro è stato mirato a recuperare mobilità. Non forzando, ma accompagnando.
L’obiettivo non è mai “sbloccare” in modo aggressivo, ma permettere all’articolazione di ritrovare il suo spazio naturale. Durante alcune tecniche è arrivato anche il classico “scrocchio”. Quello che tutti aspettano, anche se poi è solo una piccola parte del lavoro. Massimiliano Rosolino ha sorriso. Credo che, sotto sotto, lo aspettasse anche lui.
Ma la parte più importante, come sempre, è arrivata dopo. Quando si è rimesso in piedi e ha iniziato a muoversi. Lì capisci se il corpo ha recepito il cambiamento. E nel suo caso, la differenza si vedeva. Più fluidità, meno rigidità, una sensazione generale di maggiore libertà.
Ovviamente, non è finita lì. Con Massimiliano Rosolino il lavoro è impostato su più livelli. Il trattamento osteopatico è solo una parte. Abbiamo inserito esercizi posturali specifici, per mantenere e consolidare quello che abbiamo ottenuto in studio. Perché senza continuità, il corpo tende sempre a tornare alle vecchie abitudini.
E poi c’è tutto il resto. Alimentazione, recupero, attenzione anche alla componente mentale. Perché un corpo così attivo non si gestisce solo con le mani, ma con un equilibrio generale. La cosa che mi piace di lavorare con persone come Massimiliano Rosolino è proprio questa: la consapevolezza. Sa ascoltare il corpo, sa riconoscere quando qualcosa cambia.
E questo rende tutto più efficace. Alla fine della seduta ci siamo fermati qualche minuto a parlare, come facciamo sempre. Ma con una differenza: questa volta il corpo era più “silenzioso”. E quando il corpo smette di farsi sentire troppo, di solito significa che stiamo andando nella direzione giusta.





