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15 Luglio 2026Ci sono pazienti che arrivano in studio convinti di avere un solo problema. Poi inizi a osservarli, a farli muovere, a fare qualche domanda in più… e ti rendi conto che il corpo sta raccontando una storia molto più complessa. È successo anche con Sara. Ha 40 anni, pratica bodybuilding con costanza e si allena con una determinazione che si vede già da come entra in studio.
Mi aveva contattato inizialmente per un dolore molto intenso alla coscia. Un dolore che, a sentirlo raccontare, sembrava quasi bruciare. Partiva dal gluteo e scendeva lungo la parte anteriore della gamba, fino al ginocchio. Camminare era fastidioso, allenarsi ancora di più, e in alcune notti il dolore era così presente da impedirle di dormire bene. Dopo la valutazione, il quadro è diventato abbastanza chiaro: si trattava di una cruralgia.
Una condizione che spesso viene sottovalutata, ma che può diventare davvero invalidante se non affrontata nel modo giusto. Nel suo caso la causa non era un trauma improvviso. Era qualcosa di molto più subdolo: un sovraccarico costruito nel tempo. Durante gli allenamenti, senza rendersene conto, Sara caricava molto di più sulla gamba destra.
Piccole differenze di appoggio, ripetute centinaia di volte tra squat, affondi ed esercizi con i pesi. Il corpo si adatta sempre. Ma a forza di adattarsi, prima o poi presenta il conto. Pensavo che quella sarebbe stata la parte centrale della seduta. Poi, mentre continuavamo a parlare, mi ha detto quasi di sfuggita: “Ah, c’è anche un’altra cosa… ho un blocco mandibolare che mi sta facendo impazzire.” E lì il quadro si è allargato completamente.
Il blocco mandibolare era diventato un problema importante. Mi ha raccontato che faticava ad aprire bene la bocca, che sentiva dolore mentre mangiava e che, in alcune notti, il fastidio la svegliava nel sonno. Quel blocco mandibolare era ormai diventato parte della sua quotidianità. Quando una persona arriva con due problemi apparentemente lontani tra loro, la tentazione è quella di considerarli separati. Io, invece, cerco sempre di capire se esiste un filo che li unisce.
E con Sara quel filo è emerso abbastanza presto. Ho iniziato a osservare il suo modo di camminare, il movimento del bacino, la mobilità delle anche e delle caviglie. Ed è proprio lì che ho trovato qualcosa di interessante. La caviglia destra era molto rigida. Aveva perso elasticità e lavorava molto meno di quanto avrebbe dovuto.
Una limitazione apparentemente piccola, ma capace di modificare tutto il resto. Quando una caviglia non si muove bene, il corpo trova comunque il modo di andare avanti. Solo che lo fa compensando. Cambia il carico sul ginocchio, modifica il lavoro dell’anca, altera l’equilibrio del bacino, coinvolge la colonna e, in alcuni casi, arriva fino alla testa. È incredibile quanto un problema periferico possa influenzare anche un blocco mandibolare.
Nel caso di Sara era proprio quello che stava succedendo. La rigidità della caviglia aveva innescato una lunga catena di compensi che, nel tempo, aveva contribuito sia alla cruralgia sia al blocco mandibolare. A rendere il quadro ancora più interessante c’era un altro dettaglio: Sara pratica anche equitazione. Chi va a cavallo sviluppa grandi capacità di controllo del corpo, ma anche adattamenti posturali molto specifici. Se questi si sommano a quelli creati dagli allenamenti in palestra, il rischio di creare squilibri aumenta. A quel punto il trattamento non poteva limitarsi alla coscia o alla mandibola. Sarebbe stato troppo semplice.
Abbiamo iniziato lavorando sulla caviglia, cercando di restituirle mobilità. È stato il primo tassello da rimettere al suo posto. Poi siamo passati alla colonna, riequilibrando le tensioni che si erano accumulate nel tempo. Solo dopo sono intervenuto direttamente sull’articolazione temporo-mandibolare. Il blocco mandibolare richiede sempre molta delicatezza. Ho lavorato sul condilo, sui muscoli masticatori e sulle tensioni che limitavano il movimento.
Ogni tecnica aveva un obiettivo preciso: permettere alla mandibola di ritrovare il suo movimento naturale, senza forzature. Seduta dopo seduta, il blocco mandibolare ha iniziato ad attenuarsi. L’apertura della bocca è diventata più ampia, il dolore si è ridotto e anche la sensazione di rigidità è cambiata. Contemporaneamente, la cruralgia ha iniziato a perdere intensità. Una delle cose di cui abbiamo parlato più a lungo riguarda lo stretching.
Molti pensano che, davanti a un dolore come questo, allungare il muscolo sia sempre la scelta migliore. In realtà non è così. In presenza di una cruralgia, uno stretching eseguito nel momento sbagliato o nel modo sbagliato può addirittura peggiorare l’irritazione del nervo. Per questo le ho insegnato esercizi specifici, pensati per migliorare la mobilità senza aumentare il dolore. Lo stesso vale per il blocco mandibolare. Anche qui gli esercizi fanno parte del trattamento. Piccoli movimenti, semplici da eseguire, ma fondamentali per mantenere il risultato ottenuto durante le sedute. Alla fine del percorso iniziale, Sara si muoveva in modo diverso.
Più equilibrata, più consapevole. Il blocco mandibolare non era più il pensiero fisso che l’accompagnava durante la giornata, e la coscia aveva finalmente smesso di ricordarle ogni passo. È proprio questo che mi affascina del mio lavoro. Due sintomi apparentemente lontanissimi possono avere la stessa origine. Basta fermarsi ad ascoltare il corpo senza limitarsi al punto in cui fa male. Molto spesso la soluzione non si trova dove il dolore si manifesta, ma qualche articolazione più in basso… o qualche compenso più indietro nella storia di quella persona.





