Lombalgie e dolori alle anche: quali sono gli esercizi per evitarli

La cervicale infiammata di Denny Mendez
22 Luglio 2026

Lombalgie e dolori alle anche: quali sono gli esercizi per evitarli

Ogni tanto mi piace uscire dallo studio e andare a vedere cosa succede dove il corpo viene davvero messo alla prova. Non sul lettino, ma durante un allenamento. È uno dei modi migliori per capire come ci muoviamo, dove compensiamo e, soprattutto, perché nascono tanti dolori che poi finiscono nel mio studio. Questa volta sono stato al Flaminio Sporting Club insieme a Vincenzo, un personal trainer con cui condivido una convinzione molto semplice: allenarsi bene è molto più importante che allenarsi tanto.

Chi pensa che basti sollevare pesi o fare qualche esercizio in più per stare meglio, spesso scopre sulla propria pelle che non funziona così. Dietro molte lombalgie non c’è un allenamento insufficiente, ma un allenamento eseguito male. Ed è proprio qui che il lavoro di un personal trainer e quello di un osteopata iniziano a incontrarsi.

Vincenzo lavora ogni giorno con persone completamente diverse tra loro. C’è chi ha una buona mobilità, chi arriva dopo anni di sedentarietà, chi ha subito vecchi traumi e chi convive già con qualche fastidio. Per questo motivo non propone mai lo stesso allenamento a tutti. Ogni esercizio viene adattato alle caratteristiche della persona che ha davanti. È un dettaglio che può sembrare banale, ma in realtà è uno dei modi più efficaci per prevenire lombalgie e dolori articolari.

Durante la giornata abbiamo osservato diversi atleti mentre si allenavano. Mi piace sempre guardare come il corpo si organizza durante il movimento. Basta uno squat per raccontare tantissime cose. Da come si muovono le anche a come lavora la colonna, fino al modo in cui il peso viene distribuito sui piedi.

Il primo caso era particolarmente interessante. La persona aveva una mobilità dell’anca piuttosto limitata e questo influenzava inevitabilmente tutta l’esecuzione dello squat. Se avesse continuato a forzare il movimento nella maniera classica, avrebbe creato compensi sempre più marcati, aumentando il rischio di sviluppare lombalgie. Vincenzo ha scelto allora un approccio diverso, utilizzando un macchinario che permette di modificare la pendenza e accompagnare il movimento in modo più naturale.

Molti pensano che semplificare un esercizio significhi renderlo meno efficace. In realtà è spesso il contrario. Se il corpo riesce a muoversi bene, il lavoro diventa più produttivo e molto più sicuro. È proprio questo che aiuta a prevenire lombalgie, perché si evita di sovraccaricare la zona lombare con compensi inutili.

Subito dopo abbiamo osservato un secondo atleta. In questo caso la mobilità era ottima e lo squat poteva essere eseguito nella sua forma tradizionale. Il movimento era fluido, controllato, senza tensioni evidenti. Anche qui, però, la differenza non la faceva la forza. La faceva la tecnica. Ed è una cosa che ripeto spesso: il corpo premia la qualità del movimento molto più della quantità dei carichi.

A quel punto è entrato in gioco il mio lavoro. Quando vedo una limitazione articolare non penso soltanto al dolore che potrebbe provocare oggi. Penso soprattutto a quello che potrebbe succedere tra qualche mese o qualche anno se quella restrizione continuasse a essere ignorata. Molte lombalgie iniziano proprio così: con una piccola perdita di mobilità che il corpo compensa senza farci accorgere di nulla.

Ho iniziato quindi a lavorare su alcune restrizioni articolari presenti in diversi distretti del corpo. L’obiettivo era restituire mobilità e permettere al movimento di diventare più naturale. Quando un’articolazione recupera elasticità, tutto il resto del corpo lavora meglio e il rischio di sviluppare lombalgie diminuisce in modo significativo.

Naturalmente non poteva mancare anche Vincenzo. Dopo aver passato la giornata a seguire gli altri, è arrivato il suo turno. L’ho fatto accomodare sul lettino e abbiamo iniziato a lavorare sulle tensioni accumulate tra allenamenti, dimostrazioni ed esercizi eseguiti ogni giorno con i clienti. E sì, alla fine è arrivato anche il classico “scrocchio”. Ogni volta fa sorridere chi lo sente, ma quello è solo il momento più rumoroso del trattamento, non certo il più importante.

La parte davvero importante è la collaborazione. Credo molto nel lavoro di squadra tra professionisti. Un personal trainer insegna al corpo a muoversi meglio. L’osteopata aiuta quel corpo a recuperare mobilità quando qualcosa si blocca. Insieme si crea un percorso molto più completo, capace non solo di migliorare la performance, ma anche di ridurre il rischio di lombalgie e di tanti altri disturbi legati al movimento.

Troppo spesso si cerca l’aiuto di un professionista solo quando il dolore è ormai diventato insopportabile. In realtà il momento migliore per intervenire è molto prima. Una limitazione dell’anca, una colonna che perde elasticità o una postura alterata sono tutti segnali che il corpo invia con largo anticipo. Se impariamo ad ascoltarli, possiamo evitare che si trasformino in lombalgie croniche o in problemi molto più difficili da gestire.

Quella giornata al Flaminio Sporting Club mi ha ricordato ancora una volta che allenarsi significa prendersi cura del proprio corpo, non metterlo continuamente alla prova. Quando tecnica, consapevolezza e mobilità lavorano insieme, il movimento diventa più efficiente, gli esercizi sono più sicuri e le lombalgie smettono di essere una conseguenza inevitabile dell’attività fisica. Ed è proprio questo il messaggio che mi piace portare ogni volta che esco dallo studio: prevenire è sempre il miglior allenamento possibile.

Lombalgie e dolori alle anche: quali sono gli esercizi per evitarli
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