Quello che Giovanna non ha capito del suo dolore

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Quello che Giovanna non ha capito del suo dolore

“Dottore, io non ho più niente, ho meno dolore di prima.”  Quando lo dice, sembra quasi soddisfatta. Giovanna ha quarantasei anni, insegna alle medie e stringe tra le mani una cartellina sottile, come se fosse la prova definitiva della sua innocenza.

La apre. “Guardi: un anno fa avevo una protrusione L4-L5. Poi ho fatto fisioterapia, ginnastica, ho preso i farmaci. L’ultima risonanza dice che è migliorata. Credo che sia tutto a posto.” Chiude la cartellina. “Eppure la schiena continua a farmi male…”. Leggo tutto. È uno di quei casi in cui il colpevole ufficiale sembra sparito, ma il problema è ancora lì. 

“Quando prova dolore?” chiedo. “Quando sto tanto seduta, quando mi alzo per uscire dalla macchina, quando mi piego per raccogliere una cosa. Ma a volte anche senza motivo.” La faccio camminare un po’ nello studio. Cammina con circospezione: non zoppica, ma ogni passo sembra preceduto da una verifica. “Ha paura di muoversi?”. Sorride. “Abbastanza.”

Le chiedo di piegarsi in avanti. Scende lentamente, la schiena resta rigida come un blocco unico. Le anche quasi non partecipano. Si ferma a metà: “Vede?” dice; “appena scendo sento tirare.” La osservo. “Provi a risalire”. Si raddrizza con la stessa cautela. “Riproviamo?” chiede. “Certo.”

“Ma tanto va sempre così.” È una frase che sento spesso. Ed è quasi sempre in quel momento che cambia qualcosa. “Proviamo in un altro modo” le dico. “Pieghi anche le ginocchia, lasci lavorare le anche. Sta proteggendo troppo la schiena…”.

Mi guarda per un attimo, poi scende di nuovo. Il movimento resta rigido, non cambia molto. Ma qualcosa succede, abbastanza da farle sollevare la testa. “È strano…” “Cosa?” “Mi fa meno paura”. Non ha detto che le fa meno male. Ha detto meno paura.

Le spiego che quando qualcosa determina un dolore per un po’, il corpo impara a evitarlo. E poi continua a evitarlo, anche quando non serve più. “Quindi non ho niente?” chiede. “Non proprio.” Ci penso un momento. “Direi che il suo corpo è diventato molto bravo a difendersi.” “E questo è un problema?” “Sì, se difendersi diventa l’unica cosa che sa fare”.

Proviamo ancora. Questa volta scende un po’ di più. Il dolore non sparisce, ma non arriva subito come prima. Giovanna resta in piedi, in silenzio. “Pensavo che quando la risonanza sarebbe migliorata, il dolore sarebbe sparito.” “È normale.” Prende la cartellina dal tavolo.

Si piega leggermente per farlo, senza pensarci troppo. Quando entrano nel mio studio, i pazienti sono sempre attentissimi a questo gesto. Quando escono, di solito, un po’ meno. All’inizio cercava una risposta nella risonanza. Adesso sa che non basta. A volte il problema non è quello che si vede. È che il corpo, dopo essersi difeso troppo a lungo, ha dimenticato come fidarsi dei propri movimenti.

E quella fiducia, lentamente, si può ricostruire. Il mio compito è quello di guidarli, sia nel percorso per liberarsi dal dolore, sia in quello per ritrovare la naturalezza e l’equilibrio nei movimenti quotidiani. I meccanismi di protezione a lungo andare sovraccaricano altre strutture e rischiano di creare dolore in altre parti del corpo. Per questo l’occhio e le mani esperte del terapista sono indispensabili per prevenire, rassicurare e guidare verso una nuova consapevolezza nel leggere il proprio corpo e i suoi segnali.

Anche tu hai bisogno di una mano? Posso aiutarti.

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