
La nevralgia di Massimiliano Ossini
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Quello che Giovanna non ha capito del suo dolore
31 Marzo 2026“Massimiliano, ti devo chiedere una cosa.” Giacomo arriva al bar dove lo sto aspettando. Non capisco se mi si sta rivolgendo come amico o terapista. Ci conosciamo da anni. Appoggia il telefono sul tavolino e lo gira a faccia in giù, come fanno quelli che vogliono dimostrare di voler parlare sul serio, senza interruzioni. Anche se si vede lontano un miglio che fremono per controllare l’ultima notifica su whatsapp. Ma non voglio divagare.
“È per mia madre” spiega. Annuisco, mentre mi guardo in giro in questa piovigginosa domenica di marzo. Il bar è quasi vuoto. Attorno a noi giovani coppie, che fumano e fanno colazione. Lui riprende a parlare: “Dice che ha mal di schiena, si è bloccata, non riesce a camminare”. “Come se l’è bloccata?”
“Piegandosi per prendere una borsa e… tac. Non si è più raddrizzata.” Fa un gesto con la mano, come se stesse mimando una serratura che si inceppa. “Prima stava bene, niente mal di schiena?” Giacomo ci pensa. “Beh… sì. Cioè… insomma, che ti devo dire, ha ottantasei anni.” Mentre parla, si vede che sta ripensando in una frazione di secondo a mille cose fatte con la madre. Il barista posa due aperitivi sul tavolo.
“Che lavoro faceva tua madre?” chiedo. “La parrucchiera.” Annuisco di nuovo. “Sessant’anni in piedi, e ancora adesso lo fa per le amiche” aggiunge Giacomo. “Sempre piegata sulle teste degli altri.” Beve un sorso di caffè e accenna una risata, ma dura poco. “E adesso se ne esce che è colpa di quella borsa se le è venuto il mal di schiena!”. “Le persone adorano trovare cause precise ai dolori che sentono, come per il mal di schiena” dico. “È rassicurante.” “Cioè?”
“Cioè: ieri stavo bene, oggi mi sono piegato e si è rotto qualcosa.” Giacomo mi guarda. “Beh… più o meno è quello che dice lei.” Resto un attimo in silenzio. “E la mattina?” chiedo. “Cosa?” “Si alza bene?”. Giacomo ci pensa un secondo. “No… fammici pensare. Non lo so come si alza, mica vivo con lei. Comunque mio padre dice che ci mette un po’. Si alza piano piano. Immagino che il mal di schiena esista da un po’”.
“Da quanto le succede?”. “Non lo so… qualche anno.” Annuisco. “E la sera?”. “La sera quando la chiamo mi dice sempre che è stanca”. “Anche questo da qualche anno?”. “Sì.” Beve un altro sorso. “Ma che c’entra con la borsa?”. Sorrido. “Probabilmente la borsa c’entra poco.” Giacomo appoggia il bicchiere sul tavolo.
“Come poco?”. “Quello che tua madre considera un incidente che le ha causato il mal di schiena è probabilmente solo l’ultimo episodio di una lunga storia.” Mi guarda scrollando la testa. Capisce che la risposta sarà meno semplice di quanto aveva previsto. “Il corpo umano non funziona come un interruttore” continuo. “Non si rompe da un momento all’altro. Prima compensa”. “Compensa?”.
“Sì. Se un segmento diventa più rigido, un altro lavora di più. Se un movimento si riduce, un altro si allarga. Il corpo è molto bravo a redistribuire il carico.” Giacomo ascolta. “Per anni, a volte.”
“Quindi non è stata la borsa.” “Probabilmente no”. “E allora cos’è stato?”. Mi sa che non ha capito. “Arriva il giorno in cui il sistema smette di compensare come si deve,” ripeto. Lui rimane in silenzio, assorto.
Il barista sta passando con uno straccio sul bancone. Mi guarda. Gli faccio un cenno di saluto. “Quindi è come se… le fosse arrivato il conto?”. Sorrido di nuovo. “Mettiamola così.” Si passa una mano sulla fronte. “Mia madre dice sempre che ha la schiena forte.” “Probabile.” “Quanto forte?” “Ha lavorato per anni in piedi. Piegata sugli altri. Con le braccia sollevate. Giacomo, renditi conto che tua madre ha retto molto più di quanto tu possa sperare.”
Lui annuisce lentamente. “È questo il paradosso”. “Quale?”. “Le persone credono che il problema nasca il giorno in cui sentono dolore. Invece spesso il dolore è solo il momento in cui il sistema smette di reggere tutto, senza protestare”. Una signora passa lentamente sul marciapiede, trascinando un carrellino della spesa. “Lei non si lamentava molto prima”. “Molti non lo fanno”. “Diceva sempre che era normale”. È una frase che sento spesso”. “Normale?”. “Sì. ‘È l’età’, ‘è la stanchezza’, ‘domani passa’, potrei farti un vocabolario delle frasi fatte che ho collezionato”.
Giacomo sospira. “Quando ero piccolo lavorava molte ore al giorno”. “E adesso?”. “Adesso continua a fare tutto”. Sorrido appena. “Anche questo è normale”. “Cosa?”. “Le madri fanno sempre tutto.” Restiamo in silenzio per qualche secondo, pensando ognuno alla propria. Poi dice piano: “Quindi non è successo in quel momento”. “No”. “È successo molto prima”. Il nostro corpo non crolla all’improvviso. Prima si adatta. Poi compensa. Poi, un giorno, smette di farlo con la stessa efficienza. Il barista porta il conto.
Giacomo prende il telefono dal tavolo. “Penso che la porterò a farsi vedere per questo mal di schiena”. “Può essere una buona idea.” Si alza. Mi saluta. Esce dal bar e resta un attimo sul marciapiede. Come se stesse pensando a qualcosa che ha detto, o fatto, e di cui si sta pentendo. Non la borsa. Gli anni passati. Il corpo ha una memoria lunga. E spesso parla piano per molto tempo, prima di mettersi a urlare. Fino a quando qualcuno non inizia ad ascoltarlo.





