Il mal di schiena bussa sempre due volte

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Il mal di schiena bussa sempre due volte

Ogni volta che Luigi entra nel mio studio, prima o poi arriva il domandone. A volte dopo trenta secondi, altre volte mentre ancora sta cercando di sedersi con quella espressione da martire del Bernini. Gli voglio bene, intendiamoci. Ma non mi ascolta mai… e ha sempre il solito mal di schiena.

“Dottò, ma mi dici che esercizi devo fare?”. Lo guardo e osservo come si siede, respira e tiene le spalle. Lui è convinto che il suo problema sia solo il mal di schiena, che puntualmente torna a trovarlo. In realtà, ogni volta che lo incontro, capisco che addosso ha tutto il peso della sua vita incasinata.

Così gli ripeto sempre la stessa domanda: “Degli esercizi, semmai, ne parliamo dopo. Quando hai iniziato a stare male?”. Non risponde mai con precisione. Borbotta. Alza gli occhi al cielo. Non perché voglia nascondere chissà quale segreto. Ma perché ancora non ha capito una cosa.

Il dolore raramente arriva all’improvviso. È come il postino che ti porta la raccomandata da firmare. Se non ti trova, e tu lo ignori, se non vai a ritirarla, la volta dopo si trasforma in Godzilla: invece di imbucare la lettera, ti sfonda la porta. Così è il mal di schiena di Luigi.

Non riesce mai a prevenirlo. La verità è che gli esercizi fisici sono una grandissima invenzione per stare meglio, ma vanno fatti nel modo giusto e a tempo debito. Per lui il mal di schiena non nasce soltanto da un movimento sbagliato, ma da mesi passati a ignorare segnali piccoli e continui.

Quando Luigi entra piegato in due, col collo bloccato o la sciatica che sembra un cavo elettrico infilato nella gamba, non è il momento dell’eroismo ginnico. Quando il mal di schiena arriva a quel punto, quella è la fase antalgica. E il corpo, in questa fase, ti ha già dichiarato guerra.

Lo capisco subito. Cammina storto. Trattiene il respiro. Alza una spalla. Stringe i denti. Eppure è lì, pronto a vincere le Olimpiadi. Vuole un esercizio “forte”. Mi chiede spiegazioni sullo stretching. Parla di addominali. Imita torsioni che dice di aver visto in un video su internet.

Mi fa anche vedere un pezzo del video sul suo cellulare: un tizio australiano di ventidue anni, che sembra un cyborg costruito in laboratorio, volteggia sulla spalliera. “Calma…”, dico sempre nella speranza di placarlo, “adesso dobbiamo convincere il tuo sistema nervoso che non stai per esalare l’ultimo respiro”.

Ride. Ma è così. Prima bisogna staccare l’allarme. Poi si può ricominciare a muoversi. Il mal di schiena, in certi momenti, non ha bisogno di imprese eroiche ma di sicurezza, gradualità e respiro. Certo, un esercizio che gli consiglierei praticamente sempre c’è.

Non costa niente. Non abbisogna di attrezzi futuristici. Si può fare ovunque. Camminare. Camminare bene, però. Muovendo le braccia. Respirando. Senza telefonino incollato davanti agli occhi. Camminare e aprire il torace. Perché viviamo chiusi su noi stessi. Sul pc, sul volante dell’auto, sulle notifiche di Facebook, sulle preoccupazioni quotidiane. E il collo di Luigi paga il conto per tutti.

Camminare, dunque. Mento leggermente indietro, nuca che si allunga, spalle morbide. Respirare. E non dimenticarsi del bacino. Non quello che Luigi ogni mattina dà alla sua morosa prima di andare al lavoro. Il bacino. Le anche. Tanti dei miei pazienti pensano di avere la schiena rigida, ma in realtà si dimenticano completamente delle anche. E quindi… un po’ di mobilità da supini. Ginocchia al petto. Movimenti lenti.

“Devi arrivarci per gradi”, gli dico. “Il corpo non ama la violenza. Ama la continuità”. Quasi sempre lui se ne va ripetendo: “Dottò, ma poi quando mi passa, per quanto altro tempo devo fare gli esercizi?”. Perché in fondo il suo sport preferito è spiaggiarsi sul divano. E chi convive con il mal di schiena spesso cerca una soluzione veloce, salvo poi dimenticarsi del corpo appena il dolore diminuisce.

Rispondo: “I denti te li lavi solo quando sono cariati?”. Silenzio. Sono i silenzi belli. Quando Luigi capisce. Certo, lo so che rifaremo presto questa scenetta. Ma intanto ha capito: il punto non è solo curare il dolore. Il punto è non trasformare il proprio corpo nel terreno perfetto per farlo tornare. Perché se il mal di schiena non sparisce davvero, è spesso perché il corpo continua a ricevere gli stessi segnali di stress, rigidità e trascuratezza.

Il corpo ci parla molto prima di mettersi a gridare. Solo che noi lo ascoltiamo soltanto quando il mal di schiena torna a urlare più forte di tutto il resto.

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