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Eravamo nella palestra del mio studio, a Roma. Cinque metri di distanza da una parete all’altra, pavimento diritto, nessun ostacolo. Eppure lui si muoveva come se il mondo dovesse capovolgersi da un momento all’altro. «Le sembra di cadere o sta cadendo?». Si fermò un istante a rifletterci. «No… mi sembra di no, almeno per adesso». «Allora per favore continui a camminare…».
Aveva cinquant’anni e si era presentato con una cartellina piena di referti. Tutto era cominciato mesi prima con vertigini molto forti. Gli succedeva al supermercato, sulle scale mobili, in mezzo alla folla, nel traffico. A volte bastava alzarsi dal letto la mattina. Mentre ne parlavamo mi disse che ormai si era abituato a vivere in una condizione di instabilità. «Quando vado al supermercato certe volte dopo due minuti devo uscire. Mi dà fastidio tutto. Le luci, la gente. Soprattutto gli scaffali. Come faccio a spiegarglielo: traballano… Non vado più nemmeno in palestra».
Gli chiesi perché avesse praticamente deciso di rinunciare alla sua vita quotidiana. Esitò prima di rispondere: «Non mi fido più del mio corpo, dottore…». Per lui camminare non era più qualcosa di spontaneo e naturale. Ogni passo che faceva era diventato un modo per cercare di prevenire quello che sarebbe potuto accadere. È un atteggiamento che ho imparato a riconoscere spesso: un tentativo di proteggersi che, a forza di ripetersi, può diventare una sorta di gabbia mentale e comportamentale. E quando si vive per mesi con le vertigini, anche un gesto semplice come camminare può trasformarsi in qualcosa da controllare continuamente.
Iniziai a visitarlo. Il collo era rigido. Lavorai sulla cervicale, sulla mobilità e sulla muscolatura. Poi completai una prima manipolazione. Lo feci alzare e camminare. Dopo qualche passo girò lentamente la testa: «Mi sembra che qualcosa sia cambiato… Mi sento più libero qui…» e indicò proprio il collo. «Dottore, ma è possibile? Davvero può passare? Possiamo risolvere?».
«Staremo a vedere,» risposi. Un trattamento avrebbe anche potuto cambiare qualcosa. Ma nel mio lavoro un cambiamento non è ancora sinonimo di una spiegazione. Per qualche istante lui aveva percepito una sensazione di benessere: questo era un fatto. Capire perché, e soprattutto come rendere quel cambiamento più strutturale, era il lavoro che avremmo dovuto portare avanti nei mesi successivi. Le vertigini, infatti, possono avere origini e caratteristiche diverse e non è sufficiente osservare un singolo elemento per comprenderle.
Lo riportai al centro della stanza e gli chiesi di riprendere a camminare, girando la testa. Dopo qualche secondo si bloccò di nuovo: «Se faccio così sento tornare quella sensazione…». La chiamava proprio così: “sensazione”. «Lo so. Continui.» Ripartì. Un passo, poi l’altro. Girò ancora la testa e si irrigidì di nuovo: «Eccola che arriva…». Ogni volta che accadeva lui irrigidiva collo e spalle, accorciava il passo, cercava con gli occhi un punto fisso. «Quindi? – gli chiesi di nuovo – sta cadendo?». Scosse la testa. Per cui lo rifacemmo. La terza volta rallentò meno. La quarta girò un po’ di più la testa e soprattutto non si fermò. Provammo altri movimenti.
A quel punto tentai un affondo: «Sa che c’è, lei qualche volta dovrebbe imparare a perderlo, l’equilibrio». Mi guardò stranito. «Dottore, ma che sta dicendo?». Sorrisi. Più delle parole, gli servivano fatti. Doveva accorgersi da solo che sbilanciarsi anche solo per qualche istante non significava necessariamente cadere faccia a terra. Gli feci spostare il peso prima a destra, poi a sinistra. Oscillò. Il corpo corresse naturalmente il movimento. «Ha visto? Non sta precipitando». Andrea rimase in silenzio. Stava registrando la novità. Non siamo mai completamente fermi, immobili come una statua di sale. Il corpo oscilla, si corregge, perde per un attimo il proprio centro e poi lo ritrova.
«Forza. Un’ultima volta,» lo sfidai. Sbuffò. «Di nuovo?». «Di nuovo, vediamo se ci riesce». Attraversò lo studio. Arrivò alla parete. Sembrava soddisfatto. Prese dalla scrivania la sua cartellina. Per quel giorno avevamo finito. Andrea non aveva sconfitto le sue paure. Le vertigini sarebbero potute tornare e il percorso sarebbe continuato, senza la promessa di una soluzione immediata. Ma mentre usciva dallo studio mi accorsi di una cosa. Non si era guardato i piedi. Stavo per dirglielo. Poi lasciai perdere.





