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Mario è un uomo sui cinquant’anni. Camicia un po’ stropicciata, telefono che vibra ogni tre minuti, occhiaie da riunioni a notte fonda. Si siede malissimo. Si alza dalla sedia anche peggio. Single, immagino. Di quelli che cenano in piedi accanto al frigorifero. Appoggio la risonanza sul tavolo senza aprirla.
Ernia e dolore non sono automaticamente la stessa cosa
“Interessante” dico. Lui mi guarda stupito. “Non la guarda?”. “Certo che la guarderò, ma prima voglio guardare lei.” Lo vedo irrigidirsi: sembra più abituato a leggere i referti che a rispondere alle domande. E la protrusione o ernia del disco, per esperienza, è un colpevole perfetto. “Da quanto tempo ha questo dolore?” gli chiedo invitandolo a stendersi sul lettino. “Tre settimane”. “Ha perso forza? Sente come se il piede cedesse? Fa fatica a camminare sui talloni?”. Continua a fissarmi. “No, però fa un male cane.”
Annuisco. Il “male cane” è un’unità di misura molto diffusa tra i miei pazienti. “Vede”, gli dico, “l’ernia è una modifica anatomica. Il dolore è un’esperienza neurologica. Non sono automaticamente la stessa cosa.” Mi guarda come se avessi appena negato l’esistenza della gravità e allora ci riprovo: “Ha mai visto una casa con una crepa nel muro?”. “Certo.” “Le sembra che la casa che ha visto stia per crollare?”. “No.” “Ecco. A volte la crepa è solo una crepa. Il problema è capire se il muro sta cedendo davvero o se è solo stressato”.
Protrusione discale: perché fa male anche senza compressione grave
Silenzio. Sta pensando. Quando finalmente apro la risonanza, mi sembra che Mario si aspetti una scena madre, drammatica, sconvolgente. “Sì, c’è una protrusione”. Trattiene il fiato. “Ma non vedo segni che mi facciano pensare a un danno importante”. “Ma allora perché mi fa così male?”. Finalmente ha fatto la domanda giusta. “Perché il dolore non misura il danno che le crea. Il dolore è un campanello d’allarme.” Gli spiego dell’infiammazione, delle sostanze che possono irritare la radice nervosa anche senza una grande compressione. Gli parlo del sistema nervoso che amplifica quello che sente.
“È come un antifurto troppo sensibile” aggiungo, “suona anche se lì vicino passa un gatto”. Sorride per la prima volta.
Il problema non è solo l’ernia: è come hai distribuito il carico
Lo faccio alzare. Camminiamo un po’ nello studio e testo i suoi riflessi. Valuto la forza peso. Gli chiedo di piegarsi; va male, ma non sembra una catastrofe. “Il suo problema, mio caro Mario, non è solo l’ernia. È come ha distribuito il carico negli ultimi dieci anni”. “Io lavoro seduto”. “L’ho capito da quando è entrato”. “Dodici ore al giorno…”. Gli spiego che il corpo è un sistema adattativo. Che i dischi cambiano nel tempo come cambia la pelle. Che molte persone hanno protrusioni e non lo sanno nemmeno.
Ernia del disco e chirurgia: quando serve davvero operarsi
“Quindi non devo operarmi?”. “La chirurgia serve quando un nervo perde la sua funzione, non mi sembra il suo caso”. Lo guardo negli occhi. “Lei ha dolore. Non ha un deficit progressivo. Questa è una buona notizia.”
Qui arriva la parte che non sempre piace ad alcuni dei miei pazienti. “Dovrà muoversi, dovrà ridistribuire il carico”. “Mmm…”. “Dovrà smettere di trattare la schiena come un accessorio”. Sorride con una punta di amarezza. “E quanto ci vuole?”. “Il tempo è un alleato, se lo usa bene.”
Rieducarsi al movimento: nessun miracolo, solo fisiologia
Gli spiego che dovremo tenere sotto controllo l’infiammazione, cercando di fargli capire cosa vuol dire una progressione graduale del carico. E soprattutto perché deve riabituarsi, rieducarsi al movimento. Nessun miracolo, nessuna promessa. Solo fisiologia, maieutica accanto al lettino.
Alla fine gli chiedo: “Secondo lei, la protrusione è comparsa in una notte?”. Mi guarda ancora, ha capito che mi piace scherzare. “No, non stanotte”. “E secondo lei il suo corpo cosa le sta dicendo? A me sembra che le dica ‘non riesco più a reggere così'”. “Forse ha ragione, dottore.” Ecco. Ci siamo. Potrebbe cambiare. Non ne sono sicuro, ma potrebbe.
L’ernia è una crepa, ma il vero problema è l’equilibrio del corpo
Quando va via, cammina ancora con cautela, ma non ha più quella faccia da condannato in procinto di salire sul patibolo. L’ernia è ancora lì. La paura un po’ meno. Nel mio lavoro curo sistemi che hanno perso equilibrio. L’ernia può essere una crepa. La lombosciatalgia può essere un allarme che fa rumore. Ma il vero lavoro è capire perché quella casa, a un certo punto, ha smesso di distribuire bene il suo peso. E questo, non emerge da una risonanza.





