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11 Febbraio 2026Quando Marta varca la soglia del mio studio, porta con sé non solo il peso del suo corpo contratto, ma anche quello della sua vita intera: quarantasei anni spesi a correre tra i banchi della scuola elementare dove insegna, due figli adolescenti che reclamano attenzioni, una madre anziana che richiede cure e, in mezzo a tutto questo, pochissimo spazio per sé.
Si siede, sospira e dice la frase che ho sentito mille volte: «Dottore, risolva lei. Io non ce la faccio più». Ed è proprio lì che, ogni volta, riscopro la bellezza di questo lavoro e il valore profondo del rapporto umano. Perché prima ancora della tecnica, prima ancora della diagnosi, esiste il rapporto. È nel rapporto iniziale, nello scambio di sguardi e parole, che si gettano le basi di tutto il percorso terapeutico.
Il lavoro del terapeuta: un rebus da risolvere ogni volta
Il mio pensiero è semplice: questo è il lavoro più bello del mondo. È dinamico, non ti permette mai di addormentarti: il cervello è sempre attivo sul paziente, pronto a collegare indizi, a cercare soluzioni. Nulla è scontato, 1 + 1 non fa mai 2. Ogni volta è come risolvere un rebus: ti rompi la testa, ti sembra impossibile, poi all’improvviso trovi la chiave e il disegno si compone davanti agli occhi. Ma quella chiave non è solo clinica: nasce dal rapporto di fiducia che si costruisce giorno dopo giorno.
Marta non è un caso clinico: è una persona
Con Marta succede così. Davanti a me non c’è un “caso clinico”, ma una persona fragile, messa davanti alle proprie paure e a una profonda sfiducia. Lei cerca spiegazioni fuori da sé: la sedia troppo bassa a scuola, i bambini troppo vivaci, il traffico del mattino. Tutto, pur di non ammettere che il suo corpo, giorno dopo giorno, chiede attenzione.
I pazienti spesso desiderano una soluzione immediata, come se il terapista fosse un tecnico chiamato a cambiare un pezzo rotto. Ma la terapia non funziona senza un rapporto terapeutico solido. Senza un vero rapporto di collaborazione, nessun trattamento può portare risultati duraturi.
Il terapeuta non è un meccanico: serve la partecipazione del paziente
Il terapista, infatti, non è un meccanico. Il terapista chiede esplicitamente aiuto al paziente, perché senza la sua partecipazione non si può fare nulla. Il compito è educare il paziente a vivere meglio il proprio corpo, e questo percorso richiede un rapporto continuo, fatto di ascolto, confronto e responsabilità condivisa.
Non esistono casi facili, e Marta non fa eccezione. Non puoi mai abbassare la guardia. Ogni paziente ha bisogno di una chiave di lettura diversa: c’è chi reagisce all’empatia, chi alla logica, chi alla fermezza. Il segreto è saper conquistare la fiducia e trasformarla in un rapporto autentico, stabile, capace di sostenere anche i momenti di difficoltà.
La metafora della barca: il rapporto tra terapeuta e paziente
La metafora che mi piace usare è quella della barca. Nella barca si è sempre in due: il terapista e il paziente. Questo descrive perfettamente il rapporto tra terapista e paziente. Quando il paziente è stanco, quando Marta si lascia andare pensando che non ci sia speranza, tocca a me remare. A me mantenere la direzione, a me tenere vivo il ritmo del rapporto.
Poi, quando ritrova la fiducia in se stessa e nel nostro rapporto, quando sente che il suo corpo può cambiare, riprende a remare con me. E solo allora la barca procede veloce e sicura. È in quel momento che il rapporto diventa forza, motivazione, energia condivisa.
Dietro ogni dolore c’è una storia che merita ascolto
Questa è la mia filosofia: mettere il rapporto al centro della terapia. Perché non si tratta solo di sciogliere una rigidità o allungare un muscolo, ma di costruire un rapporto che permetta alla persona di sentirsi vista, compresa e sostenuta.
I dolori non nascono mai solo da un’articolazione bloccata: dietro c’è una storia, un carattere, un vissuto. E senza un vero rapporto umano, non si potrà mai trovare la chiave giusta.
Ed è questa la bellezza di questo lavoro: il fatto che non sia mai routine, che non ci siano soluzioni preconfezionate, che ogni paziente – Marta compresa – sia un enigma unico e irripetibile. Un rebus da risolvere, una barca da condurre, ma soprattutto un rapporto da costruire e coltivare, giorno dopo giorno.





